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Nin - Il delta di Venere

Anais Nin

IL DELTA DI VENERE

 

“Com’è che mi vede lui ?”, si chiese.

Si alzò e portò un lungo specchio

 vicino alla finestre e lo appoggiò al pavimento,

 contro una sedia.

Poi vi si mise di fronte,

seduta sul tappeto,

e lentamente aprì le gambe.

La vista era incantevole.

La pelle era immacolata,

la vulva rosata e piena.

Pensò che era come la foglia dell’albero della gomma

con il suo latte segreto

che la pressione delle dita poteva far uscire,

la mistura odorosa

che assomigliava a quella delle conchiglie marine.

Così era Venere,

nata dal mare,

con dentro questo  piccolo di miele salato,

che solo le carezze potevano far uscire dai recessi  nascosti del suo corpo.

Matilde si chiese se sarebbe riuscita a farlo uscire dal suo misterioso nocciolo.

Aprì con le dita le piccole labbra della vulva

ed incominciò ad accarezzarla con la dolcezza di un gatto.

Avanti  e indietro,

si accarezzò come faceva Martinez con le sue dita scure sempre più nervose.

Le vennero in mente quelle dita scure sulla sua pelle,

così in contrasto col suo pallore,

così grosse

che sembravano più adatte a fare male che a suscitare piacere con il loro tocco.

Con quanta delicatezza la toccava,

pensò,

tenendo la vulva fra le dita

come se stesse toccando del velluto.

Anche lei la prese come faceva lui,

fra il pollice e l’indice.

Con l’altra mano libera cominciò ad accarezzarsi.

Provo lo stesso scioglimento che sentiva sotto le dita di Martinez.

Da qualche luogo oscuro

stava arrivando un liquido salmastro,

a coprire le ali del suo sesso.