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Cesare Pavese - Stato di grazia

Cesare Pavese

Stato di grazia

(da Feria d’agosto)

 

I simboli che ciascuno di noi porta in sé,

e ritrova improvvisamente nel mondo

e li riconosce e il suo cuore ha un sussulto,

sono i suoi autentici ricordi.

 

Sono anche vere e proprie scoperte.

 

Bisogna sapere che noi non vediamo mai

le cose una prima volta, ma sempre la seconda.

Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo.

 

Ciascuno ha una ricchezza intima di figurazioni

– normalmente si lasciano ridurre

a pochi grandi motivi –

le quali compongono il vivaio di ogni suo stupore.

 

Se le ritrova innanzi,

nei momenti più impensati dell’anno,

suggerite da un incontro, da una distrazione,

da un accenno; e ogni volta vi figge lo sguardo

come si scruta il proprio viso allo specchio.

 

Sono una realtà enigmatica e tuttavia familiare,

tanto più prepotente in quanto sempre sul punto

di rivelarsi e mai scoperta.

 

Accade che vi si pensi ad arte,

come a ricordi che sono,

e ci si sforzi di risalirne il movimento,

quasi che la loro origine ne racchiuda il segreto.

 

Ma esse non hanno origine, questo è il punto.

Al loro principio non c’è una “prima volta”

ma sempre una “seconda”.

 

È qui la loro ambiguità: in quanto ricordo

Esse cominciano a esistere

solo da una seconda volta,

e nascondono il capo come un mitico Nilo.

 

Perché proprio quelle tali figurazioni, e non altre?

Perché, con tante immagini che la realtà

ci ha proposto in ciascuno dei giorni,

ci tocca l’estasi della “seconda volta”,

davanti a certune,

che non furono nemmeno le più insistenti?

 

Evidentemente l’intensità

di un’anteriore consuetudine con fatti e cose

non basta a imprimer loro la natura del ricordo.

La scelta avviene secondo motivi

che si direbbero capriccio,

se non fosse per la divorante serietà di questi simboli

la quale ci fa credere che in essi si condensi

l’essenza stessa della nostra singola vita.

 

Siamo qui, senza dubbio, sul piano dell’istintivo,

se è l’istinto che ci fa essere ciò che siamo

e perseverare nel senso delle nostre premesse vitali.

Che i nostri ricordi nascondino il capo,

vuol dire appunto che attingono alla sfera

dell’istintivo-irrazionale.

In questa sfera - la sfera dell’essere e dell’estasi -

non esiste il prima e il dopo,

la seconda volta e la prima,

perché non esiste il tempo.

Ciò che in essa è, è:

qui l’attimo equivale all’eterno, all’assoluto.

Nel senso che abbiamo dell’essere nostro,

nell’assunzione al ricordo,

stupiti di ritrovarci in esso,

non cogliamo più traccia del tempo.

 

Ogni volta è una seconda volta,

o diciamo un ritrovamento,

soltanto perché profondandoci in essa

ritroviamo noi stessi.

È evidente che non può avere inizio

il simbolo di una realtà – noi stessi –

la quale per il nostro istinto

non ha avuto mai inizio, ma è.

 

Essa è, secondo modi

che non sempre o quasi mai

siamo in grado di risalire e comprendere.

Ne tocchiamo in istanti inaspettati

la piena sostanza

come al buio si tocca un corpo

o come un barbaglio guizza alla luce:

presentiamo, intuiamo che lì siamo noi,

ma perché proprio quel contatto,

quel lampo con la loro guisa inconfondibile,

e non un altro, un’altra parvenza,

senza che nulla abbiamo fatto per la scelta,

non sappiamo.

 

Sappiamo che in noi l’immagine inaspettata

non ha avuto inizio: dunque la scelta

è venuta di là dalla nostra coscienza,

di là dai nostri giorni e concetti;

essa si ripete ogni volta, sul piano dell’essere,

per grazia, per ispirazione, per estasi insomma…