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Carlos Castaneda-Il Lato Attivo dell’Infinito
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…Mi fece quindi sedere sul letto e assumere la posizione che favoriva il silenzio interiore. Di solito, questo bastava perché mi addormentassi all'istante, ma ciò non era possibile in presenza di don Juan. Invece, entrai in uno stato di quiete totale. Questa volta, dopo un istante di silenzio, mi scoprii a camminare. Don Juan mi guidava per un braccio. Non eravamo più a casa sua, ma camminavamo per le strade di una città Yaqui a me sconosciuta. Sapevo della sua esistenza; parecchie volte mi ero trovato nei paraggi, ma l'ostilità dei suoi abitanti mi aveva sempre allontanato. Per uno straniero era quasi impossibile entrare in quella città. Gli unici ad avervi libero accesso erano i supervisori della Banca Federale, dato che era la banca ad acquistare i raccolti dei contadini locali. Le interminabili trattative dei contadini Yaqui ruotavano intorno alla possibilità di ottenere anticipi in contanti, sulla base di un processo quasi speculativo relativo ai raccolti futuri. Riconobbi la città dalle descrizioni della gente che ci era stata. Come per aumentare il mio sbalordimento, don Juan mi bisbigliò all'orecchio che ci trovavamo proprio lì. Avrei voluto chiedergli come ci eravamo arrivati, ma non riuscii ad articolare le parole. Vidi parecchi indiani che discutevano in toni accesi; gli animi sembravano pronti a esplodere. Non capivo una parola di quello che dicevano, e nell'istante in cui concepii il pensiero che non potevo capire, accadde qualcosa. Fu come se una nuova luce fosse intervenuta a illuminare la scena. Ogni cosa si fece improvvisamente netta e definita, e benché non parlassi la loro lingua, le loro parole mi divennero perfettamente comprensibili, non singolarmente, ma a gruppi, come se di colpo la mia mente avesse acquistato la capacità di cogliere interi schemi di pensiero. Ma a scioccarmi non fu tanto la scoperta di questa nuova capacità, quanto il contenuto dei loro discorsi. Quegli uomini erano guerrieri e nulla avevano a che spartire con gli occidentali. Le loro erano dichiarazioni di guerra, di lotta, di strategia. Valutavano la loro forza, la loro capacità di aggressione e si lamentavano di non poter assestare i loro colpi. Il mio corpo registrò l'angoscia della loro impotenza. Contro le armi tecnologiche non avevano che bastoni e pietre. Lamentavano soprattutto la mancanza di leader e anelavano, con un’intensità per noi inimmaginabile, l'arrivo di un combattente carismatico in grado di galvanizzarli.

Udii poi la voce del cinismo; uno di loro espresse un concetto che parve devastare tutti, me compreso, perché in qualche modo ero una parte invisibile di loro. Disse che erano sconfitti al di là di ogni possibile salvezza, perché se anche fosse comparso qualcuno con il carisma necessario a ergersi fra tutti e mettersi alla loro testa, sarebbe stato tradito dalla gelosia, dall'invidia e dal rancore.

Carlos Castaneda (da Il Lato Attivo dell’Infinito)