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Vele in porto

Vele in porto

Nel porto stretto

e lungo

come una scogliera,

fra le banchine basse

sulle quali brillavano

i lumi della sera,

i passanti si fermavano

per guardare le navi

riunite lì

come nobili straniere

arrivate il giorno prima

e pronte a ripartire.

 

Indifferenti

alla curiosità

che provocano

su una folla

di cui sembrano

disdegnare la bassezza

o più semplicemente

non capire il linguaggio,

mantenevano

la loro mole

silenziosa e immobile

nell’umido albergo

dove si erano fermate

per una notte.

 

La solidità degli scafi

parlava di lunghi viaggi

che potevano ancor

compiere

e delle avarie

per le fatiche sopportate

su quelle lisce

strade antiche

quanto il mondo

e nuove

come i transiti

che le solcano

e ai quali le navi

sopravvivono.

 

Fragili e resistenti,

erano volte

con triste fierezza

verso l’Oceano

che dominano

e dove pure

sono sperdute.

 

La meravigliosa

e sapiente complicazione

del sartiame

si rifletteva sull’acqua

come un’intelligenza

precisa e previdente

si specchia

nell’incerto destino

che presto o tardi

l’infrangerà.

 

Così, ritirate

di recente dalla vita

terribile e bella

che avrebbero ripreso

il giorno dopo,

le loro vele

erano ancora intrise

del vento

che le aveva gonfiate,

il loro bompresso

si curvava

ancora sull’acqua

nel movimento

della corsa,

come ieri,

e dalla prua alla poppa

esse sembravano

conservare la grazia

misteriosa e leggera

della loro scia.

 

Marcel Proust

 

Vele in porto

(da I piaceri e i giorni)