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Arundhati Roy
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Maggio ad Ayemenem è un mese caldo, meditabondo. Le giornate sono lunghe ed umide. Il fiume si ritira e corvi neri si rimpinzano di manghi lucidi sugli alberi verdepolvere, immobili. Maturano le banane rosse. Si spaccano i frutti dell’albero del pane. Mosconi viziosi ronzano vacui nell’aria fruttata. Poi si schiantano contro i vetri delle finestre e muoiono, goffamente inermi sotto il sole.

Le notti sono limpide, ma soffuse di un’attesa fosca e pigra.

Con l’inizio di giugno, però arriva il monsone da sudovest, portando tre mesi di vento e pioggia, con brevi incantesimi di sole aspro e brillante che i bambini elettrizzati rubano per i loro giochi. La campagna diventa di un verde sfrontato. I confini sfumano man mano che i filari di tapioca mettono radici e fioriscono.  I muri di mattone diventano verdemuschio. I viticci del pepe nero serpeggiano su per i pali della luce. I rampicanti selvatici traboccano dagli argini di laterite e si riversano sulle strade allagate. Le barche riforniscono i bazar. E nelle pozzanghere che riempiono le buche lasciate per le strade dal Dipartimento dei Lavori Pubblici, compare qualche pesciolino.

Pioveva, quando Rahel tornò ad Ayemenem.

Arundhati Roy

“Il Dio delle piccole cose”