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Max Horkheimer e Theodor W. Adorno - segnati

Max Horkheimer – Theodor W. Adorno

 

Segnati

 

(da Dialettica dell’illuminismo)

 

Nell’età dai quaranta ai cinquanta

capita spesso di fare una strana esperienza.

E cioè di scoprire che la maggior parte di quelli

con cui siamo cresciuti e rimasti a contatto,

mostrano segni di disfunzione

nelle abitudini e nella coscienza.

Uno trascura il lavoro

al punto che la sua azienda va a rotoli,

uno distrugge il proprio matrimonio

senza che la moglie ne abbia colpa,

un altro commette appropriazioni indebite.

Ma anche quelli a cui non accadono fatti decisivi,

presentano segni di disgregazione.

La conversazione con loro

diventa insipida, chiassosa, vuota.

Mentre prima, invecchiando,

si riceveva un impulso spirituale anche dagli altri,

ora si ha quasi l’impressione di essere i soli

ad avere ancora spontaneamente interessi oggettivi.

Chi si rende conto di questo, tende dapprima

a considerare lo sviluppo dei suoi coetanei

come un caso infausto.

Proprio loro si sono trasformati in peggio.

Forse dipende dalla generazione

e dal suo specifico destino esterno.

Infine scopre che l’esperienza

gli è già familiare,

ma da un altro punto di vista:

quello della giovinezza nei confronti degli adulti.

Non era convinto già allora

che in questo o quell’insegnante,

negli zii e nelle zie, negli amici dei genitori,

e poi nei professori dell’università

o nel principale,

c’era qualcosa che non andava?

O che avessero qualche tratto folle o ridicolo,

o che la loro presenza

fosse particolarmente squallida,

tediosa, scoraggiante.

Allora non si poneva questioni,

e prendeva l’inferiorità degli adulti

come un fatto naturale.

Ora ne ha conferma: nelle condizioni attuali

il semplice svolgimento della vita,

pur conservando determinate capacità

tecniche o intellettuali,

porta, già nella maturità, al cretinismo.

Anche gli uomini pratici e di mondo

non fanno eccezione.

È come se gli uomini,

per punizione d’aver tradito

le speranze della loro giovinezza

e di essersi inseriti nel mondo,

fossero colpiti da una precoce decadenza.

 

Aggiunta

 

Lo sfacelo attuale dell’individualità

non insegna solo

ad intendere storicamente questa categoria,

ma suscita anche dei dubbi

sulla positività del suo carattere.

L’ingiustizia subita oggi dall’individuo era,

nella fase della concorrenza,

il suo stesso principio.

Ma ciò non riguarda solo

la funzione del singolo

e dei suoi interessi particolari nella società,

ma anche l’ultima composizione

dell’individualità stessa.

La tendenza all’emancipazione dell’uomo

si situava alla sua insegna,

ma essa è anche il risultato

di quegli stessi meccanismi

da cui si tratta di emancipare l’umanità.

Nell’economia e nell’incomparabilità dell’individuo

si cristallizza la resistenza

contro il potere cieco e oppressivo

della totalità irrazionale.

Ma questa resistenza

era storicamente possibile

solo grazie alla cecità e all’irrazionalità

di quell’individuo autonomo e incomparabile.

E viceversa, ciò che si oppone

irriducibilmente al tutto come particolare,

rimane – in modo opaco e cattivo –

asservito all’inesistente.

I tratti radicalmente individuali, irrisolti,

di un essere umano

sono sempre l’una e l’altra cosa insieme:

ciò che non è stato interamente investito

di volta in volta dal sistema dominante,

ciò che di volta in volta sopravvive,

e i segni della mutilazione

inflitta dal sistema ai suoi membri.

In questi segni si ripetono, in forma esagerata,

determinazioni fondamentali del sistema:

nell’avarizia la proprietà stabile,

nella malattia immaginaria

l’autoconservazione incapace di riflettere.

Poiché mediante questi tratti,

l’individuo cerca disperatamente d’affermarsi

contro la pressione di natura e società,

malattia e bancarotta,

i tratti stessi assumono necessariamente

carattere ossessivo.

Nella sua cella più intima

l’individuo s’imbatte nella stessa potenza

da cui cerca rifugio in se stesso.

Ciò fa della sua fuga un’illusione senza speranza.

Le commedie di Molière

sanno di questa condanna dell’individuazione

al pari dei disegni di Daumier;

ma i nazisti, che liquidano l’individuo,

godono tranquillamente di questa condanna

e fanno di Spitzweg il loro pittore classico.

Solo contro la società indurita, non assolutamente,

l’individuo ossificato rappresenta il meglio.

Esso fissa e ritiene la vergogna

per ciò che il collettivo

fa continuamente subire al singolo

e per ciò che si compie

quando non vi è  più alcun individuo.

I gregari spersonalizzati di oggi

sono la conseguenza logica

dei farmacisti splenetici,

dei floricoltori fanatici

e degli aborti politici di una volta.