Home Gli Scrittori Maledetti & Famosi Kerouak - Close your eyes

Chi è online

 37 visitatori online

Cerca all'interno del sito :

E' online

Banner
Il quotidiano diretto da Giuseppe Mazzone.

Sei il visitatore n. :

Newsflash

Vi consigliamo :

Banner
Orazio Longo
"La conquista"
Banner
Rita Marta Massaro
"Infinitami"
Banner
Giuseppe Mazzone
"Ultima stanza a destra"
Banner
Patrizia Vicari
"Gli ospiti dell'antiquario"
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner

Login

Vuoi ricevere regolarmente le newsletter degli Scrittori Maledetti e Sconosciuti? Oppure vuoi inserire un commento ? Registrati.

Sito realizzato da :

Maria Teresa Alì
per
Banner
Professionistisulweb.
Kerouak - Close your eyes

Jack Kerouak

Close your eyes

(da "Sulla strada")

 

Le ragazze scesero e noi ci avviammo

verso la nostra grande serata,

spingendo ancora una volta la macchina

giu’ per la strada.

“Ui-hi! Si parte!” gridò Dean, e saltammo

sul sedile posteriore e sferragliammo

verso la piccola Harlem di Folsom Street.

Saltammo fuori nella notte calda, selvaggia,

sentendo un indiavolato sax-tenore

che faceva ululare il suo strumento

dall’altra parte della strada,

in questo modo: “Ii-iah! Ii-iah! Ii-iah!”

mentre delle mani battevano il tempo

e la gente urlava: “Dài, dài, dài!”.

Dean già s’era messo a correre

attraverso la strada col pollice per aria

urlando: “Suona, amico, suona!”.

Un gruppo di negri

con l’abito del sabato sera

si scalmanavano davanti all’ingresso.

Era una sala

col pavimento coperto di segatura

e un piccolo palco per l’orchestra

sul quale i suonatori stavano ammucchiati

col cappello in capo,

suonando sopra le teste della gente,

un luogo fantastico;

ogni tanto pazze donne sfasciate

andavano in giro in accappatoio,

nei vicoli si sentiva

uno sbatacchiar di bottiglie.

Nel retro del locale

in un corridoio oscuro

dietro i gabinetti insozzati

decine di uomini e di donne

stavano appoggiati al muro

bevendo e sputando alle stelle…

vino e whisky.

Il sax-tenore col cappello

stava suonando sull’onda

di un meraviglioso soddisfacente

motivo improvvisato,

una frase ripetuta che si alzava e ricadeva

e andava da “Ii-iah!”

sino al piu’ indiavolato”Ii-di-li-iah!”

e imperversava al suono

della cascata scrosciante

della batteria incrinata,

martellata da un grosso negro brutale

dal collo taurino

cui non importava un corno di niente

fuorché di castigare i suoi logori tamburi,

“crak, ta-ra-ta-bum, crak”.

Scrosciar di musica col sax-tenore

ch’era in stato di grazia

e tutti lo sapevano.

Dean si stata afferrando la testa tra la folla,

ed era una folla di pazzi.

Stavano tutti a incitare il sassofonista,

con urli e stralunar d’occhi,

perché tenesse duro e continuasse,

e lui si sollevava sulle ginocchia

e si abbassava di nuovo col suo strumento,

lanciandolo alto

in un chiaro grido sopra il furore.

Una negra ossuta altissima

dondolava le sue ossa

contro la bocca del sassofono di lui,

ed egli lo spingeva verso di lei:

“Iih! iih! iih!”.

Tutti si dondolavano e ruggivano.

Galatea e Marie

con una bottiglia di birra fra le mani

stavano in piedi sulle loro sedie

scuotendosi e saltando.

Gruppi di negri

entravano inciampando dalla strada,

cadendo l’uno sopra l’altro

per arrivar prima.

“Non mollare, amico!” strepitava un uomo

dalla voce come una sirena di piroscafo,

e faceva uscire un grosso muggito

che avrebbe potuto essere udito

sino a Sacramento: “Ah-aah!”.

“Uh!” disse Dean.

Si strofinava il petto, il ventre;

il sudore gli schizzava dal viso.

Bum, una pedata,

quel batterista dava calci al tamburo

giu’ in fondo

e rullava il ritmo di sopra

con quelle bacchette assassine,

“ta-ra-ta-bum!”.

Un grassone enorme saltellava sul palco,

facendolo incavare e scricchiolare.

“Iuh!” il pianista pestava i tasti

solo con le mani aperte,

accordi, ad intervalli,

solo quando il grande sax-tenore

si riempiva i polmoni per un’altra tirata…

accordi cinesi,

che facevano rabbrividire il piano

in ogni legno, plink,

e in ogni corda, boong!

Il sax-tenore saltò giu’ dal palco

e stette in piedi tra la folla,

suonando in tutte le direzioni;

aveva il cappello sugli occhi;

qualcuno glielo spinse all’indietro.

Lui indietreggiò e batté un piede

e soffiò una nota rauca, ululante,

e tirò il fiato, e alzò lo strumento

e lanciò una nota alta,

larga e stridula nell’aria.

Dean stava proprio di fronte a lui

col viso abbassato

verso la bocca del sassofono,

battendo le mani,

col sudore che gocciolava

sui tasti del suonatore,

e quello se ne accorse

e rise dentro allo strumento

una lunga tremante pazza risata,

e tutti gli altri risero

e si dondolarono e dondolarono;

e alla fine il sassofonista

decise di superare se stesso

e si accoccolò giu’ e tenne un do acuto

per un tempo lunghissimo

mentre tutto il resto crollava all’intorno

e le urla si accrescevano

e io pensai che i poliziotti

sarebbero arrivati a squadre

dal piu’ vicino commissariato.

Dean era in trance.

Gli occhi del sax-tenore

stavano puntati dritti nei suoi;

là c’era un pazzo che non solo capiva

ma s’interessava e voleva capire di piu’

e molto di piu’ di quanto non ci fosse,

ed essi cominciarono a duellare per questo:

tutto uscì dallo strumento,

non piu’ frasi, solo gridi, gridi:

“Booh” e giu’ fino a “Biip!”

e su in alto “Iiiiih!”

e giu’ sino a note discordanti

e ancora su,

suoni di corno echeggianti di fianco.

Tentò di tutto su, giu’, di lato,

sottosopra, orizzontalmente,

a trenta gradi, quanta gradi,

e finalmente ricadde

fra le braccia di qualcuno

e si diede per vinto

e tutti gli si accalcarono intorno e gridarono:

“Sì! Sì! L’ha suonato come un dio!”.

Dean s’asciugò col fazzoletto.

Poi il sax-tenore si fece avanti sul palco

e domandò un ritmo lento

e guardò tristemente oltre la porta aperta

sopra le teste della gente

e cominciò a cantare Close Your Eyes.

Il tumulto si calmò in un attimo.

Il sax-tenore portava

un logoro giaccone di camoscio,

una camicia color porpora,

scarpe scalcagnate,

e pantaloni vistosi senza piega;

non gliene importava.

Pareva un Hassel negro.

I suoi grandi occhi scuri

esprimevano tristezza,

e il proposito di cantare lentamente

e con prolungate pause pensose.

Ma al secondo chorus si eccitò

e afferrò il microfono e saltò giu’ dal palco

e ci si chinò sopra.

Per cantare una nota

doveva toccarsi la punta delle scarpe

e tirarsi su tutto di nuovo per prender fiato,

e ne prese tanto che barcollò per lo sforzo,

e si riprese appena in tempo

per la prossima lunga nota lenta.

“mu-u-usic pla-a-a-a-a-a-ay!”

Si curvò all’indietro

col viso verso il soffitto,

il microfono tenuto basso.

Si scosse, ondeggiò.

Poi si curvò in avanti,

quasi cadendo con la faccia sul microfono.

“Ma-a-a-ake it dream-y for dan-cing

– e guardò fuori nella strada

con le labbra incurvate in disprezzo,

il ghigno ossessivo di Billie Holiday

“while we go ro-man-n-n-cing”  -

barcollò da un lato

- “Lo-o-o-ove’s holida-a-ay”

l’amore è una vacanza –

scosse la testa con disgusto e stanchezza

verso il mondo intero –

“Will make it seem” e tutto sembrerà

– com’è che sarebbe sembrato?

Tutti aspettavano; lui singhiozzò: “O-kay”.

Il pano suonò un accordo.

“So baby come on just clo-o-o-ose

your pretty little ey-y-y-y-yes

– la bocca gli tremò,

ci guardò, Dean e me,

con un’espressione che pareva dire:

“Ehi, dite, cos’è che stiamo facendo tutti

in questo triste buio mondo?”

– e quindi arrivò alla fine della canzone,

e per questo ci volevano elaborati preparativi,

durante i quali avreste potuto

mandare tutti i messaggi a Garcia

intorno al mondo per dodici volte

e che cosa poteva importare a chicchessia?

Perché qui adesso avevamo a che fare

con l’abisso e l’aspro succo

della povera miserabile vita stessa

nelle strade dell’uomo invise a Dio,

così disse lui e lo cantò:

“Close – your –“

e lo cantò su dritto verso il soffitto

e attraverso le stelle e piu’ alto ancora:

“Ey-y-y-y-y-y-es”.

E barcollò giu’ dal palco per meditare.

Si mise a sedere in un angolo

con un gruppo di ragazzi

e non li guardò nemmeno.

Teneva gli occhi bassi e piangeva.

Fu insuperabile…