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Due prose veneziane

Due prose veneziane

Eugenio Montale

Due prose veneziane

I

Dalle finestre

si vedevano dattilografe.

Sotto, il vicolo,

tanfo di scampi fritti,

qualche zaffata di nausea

dal canale.

Bell’affare a Venezia

affacciarsi su quel paesaggio

e lei venuta da lontano.

Lei che amava solo

Gesualdo Bach e Mozart

e io l’orrido repertorio operistico

con qualche preferenza

per il peggiore.

Poi a complicare le cose

l’orologio che segna le cinque

e sono le quattro,

l’uscita intempestiva,

San Marco,

il Florian deserto,

la riva degli Schiavoni,

la trattoria Paganelli

raccomandata da qualche

avaro pittore toscano,

due camere

neppure comunicanti

e il giorno dopo

vederti tirar dritta

senza degnare di un’occhiata

il mio Ranzoni.

Mi domandavo

chi fosse nell’astrazione,

io lei o tutti e due,

ma seguendo un binario

non parallelo, anzi inverso.

E dire che avevamo inventato

mirabili fantasmi

sulle rampe che portano

dall’Oltrarno al grande piazzale.

Ma ora lì tra piccioni,

fotografi ambulanti

sotto un caldo bestiale,

col peso del catalogo

della biennale

mai consultato e non facile

da sbarazzarsene.

Torniamo col battello

scavalcando becchime,

comprando keepsakes cartoline

e occhiali scuri sulle bancarelle.

Era, mi pare, il ’34,

troppo giovavi o troppo strani

per una città che domanda

turisti e amanti anziani.

II

Il Farfalla garrulo portiere

ligio agli ordini

disse ch’era vietato

disturbare l’uomo

delle corride e dei safari.

Lo supplico di tentare,

sono un amico di Pound

(esagero alquanto) e merito

un trattamento particolare.

Chissà che…

L’altro alza la cornetta,

parla ascolta straparla

ed ecco che l’orso Hemingway

ha abboccato all’amo.

È ancora a letto,

dal pelame bucano

solo gli occhi e gli eczemi.

Due o tre bottiglie vuote

di Merlot, avanguardia

del grosso che verrà.

Giu’ al ristorante

tutti sono a tavola.

Parliamo non di lui

ma della nostra

Adrienne Monnier carissima,

di rue de l’Odéon,

di Sylvia Beach, di Larbaud,

dei ruggenti anni trenta

e dei raglianti cinquanta.

Parigi Londra un porcaio,

New York stinking, pestifera.

Niente cacce in palude,

niente anatre selvatiche,

niente ragazze

e nemmeno l’idea

di un libro simile.

Compiliamo un elenco

di amici comuni

dei quali ignoro il nome.

Tutto è rotten, marcio.

Quasi piangendo m’impone

di non mandargli gente

della mia risma,

peggio se intelligenti.

Poi s’alza,

si ravvolge in un accappatoio

e mi mette alla porta

con un abbraccio.

Visse ancora qualche anno

e morendo due volte

ebbe il tempo di leggere

le sue necrologie.