Home Archivio frasi scrittori Gabriel Garcìa Màrquez - da Cent’anni di solitudine

Chi è online

 75 visitatori online

Cerca all'interno del sito :

E' online

Banner
Il quotidiano diretto da Giuseppe Mazzone.

Sei il visitatore n. :

Newsflash

Vi consigliamo :

Banner
Orazio Longo
"La conquista"
Banner
Rita Marta Massaro
"Infinitami"
Banner
Giuseppe Mazzone
"Ultima stanza a destra"
Banner
Patrizia Vicari
"Gli ospiti dell'antiquario"
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner

Login

Vuoi ricevere regolarmente le newsletter degli Scrittori Maledetti e Sconosciuti? Oppure vuoi inserire un commento ? Registrati.

Sito realizzato da :

Maria Teresa Alì
per
Banner
Professionistisulweb.
Gabriel Garcìa Màrquez - da Cent’anni di solitudine
Valutazione attuale: / 0
ScarsoOttimo 

In quella notte interminabile, mentre il colonnello Gerineldo Màrquez evocava i suoi pomeriggi morti nella stanza da lavoro di Amaranta, il colonnello Aureliano Buendìa grattò per parecchie ore, cercando di romperla, la dura crosta della sua solitudine. I suoi unici attimi di felicità, dal pomeriggio remoto in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio, erano trascorsi nel laboratorio di oreficeria, dove passava il tempo montando pesciolini d'oro. Aveva dovuto promuovere 32 guerre, e aveva dovuto violare tutti i suoi patti con la morte e rivoltolarsi come un maiale nel letamaio della gloria, per scoprire con quasi quarant'anni di ritardo i privilegi della semplicità.

Verso l'alba, distrutto dalla veglia tormentosa, comparve nella cella un'ora prima dell'esecuzione.

"È finita la farsa, compare," disse al colonnello Gerineldo Màrquez. "Andiamocene di qui, prima che finiscano di fucilarti le zanzare. Il colonnello Gerineldo Màrquez non poté reprimere il disprezzo che gli ispirava quel contegno.

"No, Aureliano," ribatté. "È meglio essere morto che vederti trasformato in un ras"

"Non mi vedrai," disse il colonnello Aureliano Buendìa. "Mettiti le scarpe e aiutami a farla finita con questa guerra di merda."

Quando lo disse, non immaginava che era più facile cominciare una guerra che finirla. Ci volle quasi un anno di rigore sanguinario per forzare il governo a proporre condizioni di pace favorevoli ai ribelli, e un altro anno per persuadere i suoi compagni di partito della convenienza di accettarle. Arrivò a inconcepibili estremi di crudeltà per soffocare le ribellioni dei suoi stessi ufficiali, che si ostinavano a non voler mercanteggiare la vittoria, e finì per ricorrere a forze nemiche per terminare di sottometterli.

Non fu mai miglior guerriero di allora. La certezza che finalmente lottava per la sua stessa liberazione, e non per ideali astratti, per slogan che i politici potevano rigirare al diritto e al rovescio.  secondo le circostanze, gli infuse fervore ed entusiasmo. Il colonnello Gerineldo Màrquez, che lottava per la sconfitta con la stessa convinzione e la stessa lealtà con le quali prima aveva lottato per il trionfo, gli rimproverava la sua inutile temerità. "Non preoccuparti," sorrideva lui. "Morire è molto più difficile di quello che si può credere. " Nel suo caso era vero. La certezza che il suo giorno era segnato lo investì di una immunità misteriosa, di una immortalità a scadenza fissa che lo rese invulnerabile ai rischi della guerra, e gli permise finalmente di conquistare una sconfitta che era molto più difficile, molto più sanguinosa e costosa della vittoria.

 

Gabriel Garcìa Màrquez - da Cent’anni di solitudine